Natale 2015

Macapá,
22 dicembre 2015

Buon
Natale fratelli!


Riflessione a tre giorni dal
nostro Natale di periferia, dopo un anno dall’inizio della crisi
economica qui in Brasile. La crisi etica era cominciata giá prima e
ha preparato quella eonomica. Questa é solo la condivisione di una
giornata, qui nella Paróquia Nossa Senhora de Nazaré.

Non é facile vivere il
Natale quando si ha fame.

Al martedí cominciamo in
chiesa, pregando insieme le Lodi mattutine con chi desidera farlo,
piú della metá di quelli che vengono sono della categoria che noi
chiamiamo dei poveri. Alcuni pregano solo ascoltando, perché non
sanno leggere. Quando usciamo dalla chiesa c’é giá una fila di
almeno cinquanta famiglie, che aspettano qualcosa con speranza. In
settimana i giovani di alcune delle nostre comunitá hanno percorso
le strade raccogliendo alimenti: era emozionante vederli, tutti con
la maglietta della Caritas parrocchiale e l’allegria tipica
dell’etá. Mentre stiamo pensando come riuscire a dare qualcosa di
sufficiente a tutti, nel cortile della chiesa entra un piccolo camion
che annuncia la donazione di trenta galline. É súbito festa! Le
galline sono vive e belle grosse. Aiutiamo l’uomo del camion a
scaricarle e le mettiamo in un pollaio improvvisato. Anche i bambini
aiutano. Si riforma la fila, stavolta con un poco piú di impaziente
eccitazione: tutti abbiamo giá fatto il confronto fra le piú di
cinquanta famiglie e le trenta galline: non tutti torneranno a casa
con la gallina! Comincia la distribuzione e chi é in fondo alla fila
é visibilmente preoccupato. Mezz’ora dopo lo stesso camioncino
torna con altre 25 galline. Era andato per consegnarle in un’altra
istituzione, ma lá non c’era nessuno e cosí é tornato qui.
L’uomo aveva capito la situazione, lo guardavo mentre scaricavano
le galline e aveva gli occhi lucidi. Mi viene anche il dubbio che
avesse deciso lui che quell’altro luogo fosse chiuso. Ora il
pollaio é pieno, l’aria risuona dai versi delle galline
spaventate.

Io adesso sono nella
segreteria della parrocchia e ascolto chi viene a parlare dalle
diverse comunitá, mentre dalla finestra vedo passare le persone in
strada con la gallina stretta nelle mani e lo sguardo soddisfatto. Mi
affaccio e domando ad una nonna cosa pensa di fare con quella gallina
e lei con un sorriso dice che sará il pranzo di oggi con i nipoti
che vivono con lei (abita da sola con uno stuolo di bambini); due
sorelle mi dicono che hanno scelto una gallina ed un gallo e che
cominceranno a far crescere pulcini per poi vendere uova e galline.
Riprendo ad ascoltare le persone: una coppia vuole sposarsi fra
quindici giorni, solo che me lo dicono adesso e non c’é tempo per
prepararli, ma loro non capiranno. Altri raccontano delle difficoltá
che stanno incontrando nella propria comunitá. Qualcuno sta
preparando la liturgia di Natale, altri copiando i canti. Nella
stanzetta accanto si sente la nostra piccola scuola di chitarra, con
il giovane Ellison che sta insegnando ad alcuni ragazzi.

Quando finisco di ascoltare le
persone, vado a parlare con Tiago che é uscito dall’ospedale.
Anche se non ha ancora quattordici anni, giá da due lui assalta le
persone per strada con il coltello, per derubarle del cellulare o dei
soldi, talvolta entra anche nelle case per rubare. Nello stesso tempo
la droga lo stordisce e gli chiede sempre piú spazio e sempre piú
soldi. La madre é scappata con un uomo l’hanno scorso e lui abita
con la sorella di sedici anni, che vive con la figlia di due
abbracciata al collo, poi cé un’altra sorella di undici ed un
fratellino. I nonni che abitano accanto sono l’unico appoggio, ma
sono vecchi e stanchi della vita. Tre settimane fa un gruppo di
persone aveva bloccato Tiago per strada, c’era anche un poliziotto
che gli ha detto di correre e poi gli ha sparato perforandogli un
polmone, poi gli altri lo hanno accoltellato nello stomaco, sulla
testa e sulle braccia. Pensavano che fosse morto e se ne sono andati.
Non so come dopo poco tempo Tiago giá cammina. Mi mostra il foro
della pallottola ed i tagli ricuciti nella pancia. Tiago non parla
facilmente, peró oggi almeno mi ascolta e mi guarda, tempo fa
rimaneva a testa abbassata. É terrorizzato, sempre, vive nella paura
e transforma la paura in violenza. Gli parlo con la nonna seduta
accanto e la sorella di undici anni appollaiata su un tavolino. Gli
dico di pensare per poi prendere due decisioni: scegliere quale
lavoro imparare per poi cercare di essere il migliore in quel lavoro
e decidere dove potrebbe andare a vivere (non puó restare in casa,
tempo un mese lo ammazzeranno).

Torno a casa e pranzo com
padre Giovanni, intanto il telegiornale aggiorna sugli scandali dei
politici a Brasilia: stanno indagando altri tre senatori, il
presidente della Camera aveva alcuni enormi conti in banche svizzere
e aveva mentito dicendo che non erano soldi suoi, il desvio
di denaro é di una ampiezza sconvolgente. I milioni nascosti
significano scuole e posti medici che mancano.

Dopo pranzo alle quattro sono
alla catechesi del
pane, i ragazzi
stanno giocando a calcio, scalzi come sempre, i bambini stanno
dipingendo presepi sulla carta seguendo le indicazioni pazienti di
suor Neide, che é una missionaria nata qui in Amazzonia. Poi ci
riuniamo a pregare e infine si forma la fila per la merenda e per
ricevere il pane in sacchetti di plastica. Le mamme o i figli piú
grandi vengono con pentole e secchielli per ricevere la zuppa che
viene offerta e poi tornano a casa. A lato di tutto questo stiamo
rifacendo il tetto della chiesa Rainha da Paz, che stava crollando.
Fu costruita in modo errato quindici anni fa e poi fu indebolita da
un tarlo del legno che entrando da sotto il pavimento nelle colonne
di legno le aveva mangiate. Mentre i muratori lavorano, cerchiamo con
poco successo di far capire ai bambini che non é bene arrampicarsi
su tutto.

Alla sera, dopo la Messa in
una comunitá, vado a confessare in un’altra. In avvento tutte le
sere confessiamo, ogni volta in una delle sedici comunitá, anche per
due ore, in due sacerdoti. All’inizio non era cosí, ma negli anni
l’idea di confessarsi in preparazione al Natale o alla Pasqua é
cresciuta. Un ragazzo di quattordici anni mi dice che si sente
attratto dal crimine e dalla droga, che lo invitano per prendere
parte di una gang, cosí gli racconto di Tiago e poi lo assolvo. Lui
era l’ultimo della fila, sono le nove e mezza di sera e posso
tornare a casa, una decina di minuti di strada nella notte della
periferia di Macapá.

Quanta fame in questa
preparazione al Natale e non é certo solo fame di pane e zuppa.

Un abbraccio e una preghiera!

don Stefano